Riesco a capire Trieste

Prendi il cappotto, stiamo uscendo. Presta attenzione però, perché non andiamo in un posto normale.

Andiamo dove non avrai il tempo per riprendere fiato da una discesa percorsa a rotta di collo che già starai scalando un nuovo colle. Andiamo dove il tuo sguardo può perdersi tra le onde e il tuo cuore ballare in punta di piedi sulle pietre sconnesse del lungomare.
Andiamo dove puoi stare al fresco e perderti nei boschi, vagando per sentieri che, se non stai attento, ti possono portare in un altro Stato in un batter d’occhio.
Andiamo dove se fai una piroetta in piazza ti sembra di impazzire: davanti a te si confonderanno le colorate immagini di bambini intenti a giocare a pallone e la sbiadita fotografia di un gruppo di anziani abbarbicati su una panchina che lanciano briciole di pane ai piccioni.
Andiamo dove essere entusiasti è obbligatorio, anche se non lo desideri. Ci ho provato qualche volta ad essere triste, sai, ma non ha mai funzionato a lungo. È sempre passato un impetuoso vento a strapparmi via le preoccupazioni e a spingermi avanti, verso  l’orizzonte limpido.
Andiamo dove ogni ragazzo si sente un po’ speciale quando cammina sulle rovine romane senza aver viaggiato per visitarle, dove i tramonti colorano di rosa pallido le bianche mura di un castello in riva al mare.
Andiamo in spiaggia e sull’altopiano, viaggiamo seguendo i passi di grandi scrittori che sono rimasti colpiti a fondo da questa città che sembra irrazionale, ma che ha un senso.

Perché per quanto difficile possa sembrare, questa città parla a chi la ascolta e si, io riesco a capire Trieste.

di Caterina Mezzena Lona

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