Ho attraversata tutta la città. Poi ho salita un’erta.

“A Trieste ove son tristezze molte, e bellezze di cielo e di contrada, c’è un’erta che si chiama via del Monte”. Umberto Saba mi si presenta così, ai piedi della salita, in un’insegna affissa su un edificio poco illuminato. Scoprire gli angoli bui della mia città mi riempie di orgoglio; fare uscire i pensieri di Saba dal cantuccio ove per molto tempo si sono posati è un’emozione profonda; passeggiare con i grandi letterati di un tempo è un privilegio che la nostra città, come poche altre, ci regala. Talvolta mi capita di sentirmi come l’inetto Zeno Cosini di Svevo, che, con passo tormentato, si aggirava per le vie della mia città, in un mare di pensieri torbidi e cupi: lungo Corsia Stadion, l’odierna via Battisti, o nei pressi del Tergesteo, nel cuore della città. Questa sera, però, i miei pensieri mi hanno condotto ai piedi di via del Monte.

Muovo i miei passi lenti e decisi sotto un muricciolo, che mi ripara dalla Bora gelida.

È una cara amica, la Bora, che mi fa visita nei giorni in cui la mia testa ospita quei pensieri che tolgono un po’ di serenità: con la stessa forza con cui sradica gli alberi di Piazza Libertà, la Bora spazza via tutti questi pensieri, problemi, inquietudini. Mi distrae. Mi fa compagnia nelle mie passeggiate sul lungomare o tra i vicoli della Cità Vecia. Mi fa venire i brividi quando si infila tra le maniche del giubbotto. E talvolta imita il mio canticchiare lungo la via, fischiando tra gli infissi delle case, tra gli spifferi delle finestre.

Raggiungo la “vetta” di via del Monte, e mi affaccio sulla Scalinata dei Giganti. Solo ora, limpidamente, comprendo quei versi di Saba: Trieste ha una scontrosa grazia.

Avevi ragione, Umberto. Trieste ha una scontrosa grazia. La sua bellezza si scontra contro gli occhi dell’osservatore. Dal cantuccio che mi ricavo sulla sommità di via del Monte, riesco ad abbracciare con lo sguardo le trafficate vie sottostanti e i lontani tetti arroccati sul Carso; e ciò che gli edifici mi impediscono di ammirare, lo immagino nella mia mente: ogni chiesa, ogni sua via scopro, se mena all’ingombrata spiaggia, o alla collina cui, sulla sassosa cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.

Mi unisco, così, con lo stesso spirito di Saba, alla sua volontà di cantare Trieste in quanto Trieste.

La sua grazia scontrosa è armoniosa e melodica: un gioco di opposti, dove il Carso incontra l’Adriatico; un crocevia di culture, terra di confine; un patrimonio storico, artistico e culturale unico.

Con lo stupore e la meraviglia di chi ritorna stanco dopo un lungo viaggio, e vede le luci di Trieste accese ad aspettarlo, ad accoglierlo, voglio cantare la mia città, come un amore con gelosia.

di Giovanni Cattaruzza

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